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LE DUE BANCHE VENETE DIMENTICATE DA DIO E DAGLI UOMINI! SI PARLA DI BAIL IN!


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#1 Mercato Libero

Mercato Libero

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Inviato 15 November 2016 - 11:40:00


 articolo di linkerblog

5.400 dipendenti per la Banca Popolare di Vicenza e 6.100 per Veneto Banca,  distribuiti rispettivamente su 511 e 483 uffici (sportelli) a bordo di  scialuppe di salvataggio in mare aperto che dipendono da un unico  padrone: un fondo d’investimento atipico creato in tutta fretta da  banche per il salvataggio di banche. La situazione di uno dei peggiori  tracolli dell’industria bancaria sta precipitando. Solo un anno fa le  due popolari venete si apprestavano con qualche apprensione alla  trasformazione in spa e ad aumenti di capitale che sembravano difficili  ma non impossibili. Una situazione che appariva sotto controllo e  gestibile anche se problematica.
Da allora una serie interminabile di eventi negativi, partita con le  dimissioni di Zonin, l’emersione di perdite gigantesche nel bilancio  2015, i due aumenti di capitale prima ritenuti fattibili, poi diventati  impossibili nel giro di poche settimane, l’emersione di gravi  irregolarità nel collocamento di obbligazioni e azioni nei conti della  clientela e l’intervento salvifico del fondo Atlante a €0,10 per azione  con una distruzione pressoché totale del valore rispetto ai  prezzi artificialmente sostenuti dal precedente management. Vanno  aggiunte le indagini delle procure, polemiche sulle mancate azioni di  responsabilità verso gli amministratori e l’azzeramento del cda di Banca  Nuova dopo pesanti perdite nella semestrale.
L’abisso in cui sono precipitate le due banche non ha fine. Le  maxi-perdite registrate nel 2015 continuano nel 2016 perché i crediti  inesigibili continuano a crescere a seguito di revisioni dopo revisioni,  i clienti traditi e spaventati hanno trasferito svariati miliardi di  depositi su altre banche nella paura di un fallimento o bail-in.  L’attività di intermediazione registra un vero e proprio tracollo:  insieme le due banche fatturavano 1 miliardo di margine da interesse a  giugno 2015, un anno dopo solo 650 milioni, un meno 35% che non ha  precedenti nelle storie di banche di questa dimensione.
Gli aumenti di capitale sottoscritti da Atlante per 2,5 miliardi  sembrano in larga parte già bruciati e si parla di nuove  ricapitalizzazioni richieste dalla BCE per evitare la risoluzione  forzata delle banche. Veneto Banca perde 259 milioni in 6 mesi e Vicenza ben 759 milioni. Di fronte a conti disastrati mentre gli AD Iorio e Carrus si prodigano  in ottimismo  sulla ripresa delle attività, il proprietario delle due  banche, Penati, usa un linguaggio più crudo: le due banche non hanno un business sostenibile “il  cost-income ratio di una è del 103℅ e dell’altra del 97%. Non so che  dire, una banca con quel cost-income ratio non può reggere. In questa situazione di emergenza è maturata l’opzione di fondere le due banche,  non perché sia la scelta commerciale più logica, bensì perché il  salvataggio si fonda sul taglio dei costi, che possono essere  tagliati solo con il pretesto della fusione. Ma anche questa scelta è  dolorosa per il personale, crea violente reazioni nel sindacato e  provoca le dimissioni del neo-presidente di Veneto Banca, fautore di una  soluzione indipendente (al contrario del ‘collega’ Mion a Vicenza).
 Perché la fusione non curerà i mali delle due banche
L’ipotesi di una fusione con tagli pesantissimi degli organici sta  prendendo corpo in questi giorni e più che di sovrapposizione di  sportelli si parla di tagli per abbattere i costi insostenibili con il  calo dei ricavi. Sulla stampa sono apparse notizie di tagli di personale  fino al 50% con interventi di decretazione d’urgenza del governo per  creare quegli ammortizzatori sociali che sinora ha finanziato il sistema  in modo autonomo. La sola ipotesi -che deve avere qualche consistenza-  ha causato le dimissioni del presidente di Veneto Banca sostituito in  corsa da Massimo Lanza.
La situazione reale delle due banche è tenuta in parte nascosta per  evidenti motivi. Quello che è certo che entrambe sono gravate da un  pesante carico di crediti deteriorati, quasi 17 miliardi al 30.6 di cui  50% sofferenze e 50% inadempienze probabili che diventeranno in quota  parte nuove sofferenze come è già successo alle 4 Good Banks.
Unire due banche semi-paralizzate, che bruciano capitale, ancora  esposte a ingenti indennizzi per le cause legali promosse dagli  azionisti non appare a prima vista la migliore soluzione per creare  un’unica banca competitiva e sostenibile. La frenata sui ricavi del 1°  semestre è macroscopica: -35% sul margine da interesse, -26% sulle  commissioni, cali straordinari che riflettono la crisi. Entrambe hanno  perso la fiducia dei clienti e hanno una forza lavoro in piena crisi  d’identità preoccupata per il futuro. Difficilmente il livello di  servizio alla clientela potrà non soffrirne. La fusione, reclamata da  Mion e osteggiata dal navigato Anselmi, sembra una mossa disperata,  forse l’unica possibile nel mazzo di carte servito ad Atlante a cui  manca il tempo necessario a ristrutturare. Tuttavia la scelta è basata  esclusivamente su un massiccio taglio dei costi, ipotizzati prima  accorpando le due strutture e poi tagliando brutalmente tutte le  duplicazioni a partire dalla rete filiali, esternalizzando quanto  possibile delle attività non strategiche, riducendo ancora gli impieghi.  L’operazione ha bisogno assoluto di tranquillità finanziaria ma  purtroppo Atlante ha le polveri bagnate: potrebbe non  essere in grado di sostenere un nuovo aumento di capitale da 1 miliardo  e, se si impegnerà direttamente come promesso nell’operazione di  cessione dei 27 miliardi di NPL del Monte dei Paschi, non potrà  intervenire anche sugli 8,4 miliardi di Veneto Banca e Popolare Vicenza. Ulteriori versamenti di fondi da parte di investitori su Atlante, dopo lo sfogo di Guzzetti,  sembrano improbabili. Sul fronte banche la chiusura netta di Carlo  Messina (Intesa) che ha dichiarato di non avere intenzione di sprecare  altri soldi per salvare concorrenti, i problemi di Unicredit, la fusione  BPM-Banco Popolare chiudono le porte a nuovi interventi di sistema.
Se finanziariamente la fusione non fornisce alcuna certezza, sul piano operativo la ricaduta di un drastico taglio di strutture, razionalizzazione di  sportelli, riduzione del credito alle imprese affidate da entrambe le  banche, migrazione informatica di programmi obsoleti in filiale e in  direzione è la promessa di un blocco operativo che nessuna delle due banche può permettersi in questo preciso momento. Per non parlare della totale sovrapposizione della presenza in Veneto e Friuli come evidenziato dal prossimo grafico che mostra 337 sportelli solo nel Veneto.
Tutto  quanto sommato porta chi scrive a pensare che senza un vero intervento  esterno le due banche siano avviate a una inarrestabile agonia e  risoluzione. L’intervento esterno ha mostrato sino ad ora che il valore percepito delle due realtà bancarie è pari al miliardo apparentemente offerto dai fondi Usa Atlas Merchant Capital, Baupost, Centerbrige e Warburg Pincus che  significherebbe una perdita secca per Atlante che ha iniettato 2,5  miliardi. . Occorre liquidità,  aumenti di capitale e tempo per avere il tempo di ristrutturare le due  banche, una liquidità nelle mani dei fondi USA che non vedo come possano  avere interesse per due banche regionali con costi uguali ai ricavi.   Se investiranno nella banca è solo per acquistare il biglietto  esclusivo su quegli 8-10 miliardi di NPL che sono il vero obiettivo  degli investitori. Dall’equity della banca i fondi si aspettano anche  una ragionevole perdita, più che compensata dal ritorno sugli NPL.   Scomoda, amara verità che tra qualche anno sarà forse evidente.






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